Sulla scogliera viveva un gabbiano. Tutti i giorni, col suo stormo, planava nel cielo, poi si tuffava fra le onde e pescava la cena. Non aveva altro desiderio che i propri bisogni ed era felice.
Una notte, mentre lo stormo dormiva, il gabbiano guardò su e vide il cielo. Era più largo del mare e pareva molto più profondo. E proprio in centro c’era la cosa più grande e luminosa che avesse mai visto.
“Cosa sei?” chiese il gabbiano.
“Sono la luna” disse lei.
“Come sei bella.”
La luna taceva.
“E come sei triste. Sembra che stai per piangere. Perché sei triste?”
“Sono infelice” disse la luna.
“Come puoi essere infelice? Sei così luminosa che la tua luce illumina anche il mare. Sei così argentata che anche il mare diventa argentato. E’ impossibile che uno ti guardi e non s’innamori. Perché sei infelice?”
“Sono sola. Non c’é niente quassù. E’ tutto vuoto.”
“E quelle?” chiese il gabbiano.
“Queste sono le stelle. A loro interessa solo essere guardate. Sono come pietre preziose. Brillano, ma é vanità.”
“Oh” disse il gabbiano. Poi aggiunse: “E cosa fai tutto il tempo?”
“Vi guardo. Sembrate così stanchi mentre dormite. E’ come se non ci fossero pensieri in voi.”
“Vorrei fare qualcosa per te.”
“Non puoi fare nulla.”
“Posso stare con te.”
“Ma tu sei un gabbiano e io sono la luna. Come possiamo stare insieme?”
“Starò sveglio tutte le notti e parlerò con te. Passerò la giornata aspettando l’attimo in cui ti rivedrò. Ti prometto che non penserò che a te e non dovrai temere niente. Nemmeno il sole, perché adesso so che la tua luce é dieci volte più luminosa e argentata. Così tutto il giorno aspetterò soltanto che il sole tramonti per poterti rivedere.”
“Come sei buono, piccolo gabbiano” disse la luna sbiadendo.
“Aspetta! Non andare!” disse il gabbiano.
“Non posso. E’ l’alba. Mi cancella.”
“Rimani ancora un minuto!”
“Non posso. Tornerò domani” disse la luna, e sparì.

Il giorno dopo il gabbiano si lanciò dalle rocce e planò nel cielo. Poi si gettò fra le onde per pescare la cena. Ma non aveva fame.
“Cos’hai?” gli chiedevano gli altri gabbiani.
“Sembri stanco” suggerì qualcuno.
“Secondo me ha mangiato troppo ieri” disse un gabbiano che pensava al cibo.
“Secondo me é stufo di essere un gabbiano” disse un gabbiano vecchio.
“Secondo me é innamorato” disse un gabbiano che pensava alle femmine.
Ma il gabbiano taceva. Pensava alla luna. Pensava a quello che lei gli aveva detto: che non potevano stare insieme. Poi rivedeva il suo viso così grande e luminoso, e niente di tutto quello che aveva intorno lo interessava. Pensò che avrebbe voluto parlarne con qualcuno, ma nessuno aveva mai guardato la luna. Provò una sensazione sconosciuta. Come se nessuno potesse capirlo.
Attese con impazienza che scendesse la notte. Quando il sole tramontò e vide la luna riapparire, si sentì avvampare.
“Ciao” le disse.
“Ciao. Sei tornato” disse la luna.
Il gabbiano taceva.
“Come sei triste” disse la luna. “Sembra che stai per piangere. Perché sei triste?”
“Sono infelice” disse il gabbiano.
“Perché sei infelice?”
“Perché oggi i miei compagni si sono accorti che non ero più come loro. Niente mi interessava, non volevo essere un gabbiano. Volevo solo vederti. Ma ora che sei qui invece di essere felice sono triste. Mi sembri più lontana di ieri. Cos’é successo?”
“Non dovevi fare promesse alla luna.”
Il gabbiano tacque di nuovo.
E non disse niente neanche la luna.
“Quanto sei lontana?” le chiese infine il gabbiano.
“Se anche provassi a volare sopra tutto quel mare e poi tornare indietro, sarebbe ancora poco. E se anche lo facessi per tutti i mari, sarebbe ancora poco. Sono più lontana di quanto un gabbiano può volare.”
“Ma io non sono più un gabbiano come gli altri. Se anche tornassi al mio stormo, non potrei più parlare con loro, né pescare, né volare. Niente sarebbe più come prima, tutto é perduto. Non posso desiderare nient’altro ora che ho desiderato te.”
“Ma piccolo gabbiano, non c’é niente da fare” disse la luna.
“Sì che c’é. Continua a splendere. Fammi luce e mostrami la strada” disse il gabbiano, alzandosi in volo.
“Non farlo!”
Ma il gabbiano non l’ascoltò. Lanciò uno sguardo allo stormo addormentato, allo scoglio, al mare.
La notte era limpida e immobile.
Così ebbe inizio il volo.

Volò tutta la notte e tutto il giorno successivo. Di giorno era più difficile perché non conosceva la direzione e i raggi del sole lo affaticavano. Volò comunque, le ali ben spiegate. Quando calò la sera, la luna ritornò e il gabbiano si sentì invadere da una nuova forza. Superò le nuvole. Volò così in alto che non solo non scorgeva più la scogliera doveva aveva trascorso la sua vita, ma anche il mare scomparve nell’oceano, e l’oceano fu nascosto dalle nubi, finché le nubi rimpicciolirono e scomparvero.
“Non farlo” disse la luna. “Non ce la farai mai. In cielo non ci sono rocce per riposarti, non ci sono pesci, morirai di fame.” E aggiunse: “Puoi ancora tornare indietro.”
Ma il gabbiano non rispondeva, per risparmiare le forze. Aveva fame e sete ma sapeva di non potersi fermare. Era poco oltre il confine tra la terra e il cielo. L’aria era molto più fredda ora. E lo spazio intorno era più grande di quanto avesse mai osato pensare, più grande di mille mari. Sapeva che quella era la prima volta in vita sua che volava davvero, perché non poteva più atterrare. Non c’era nulla.
Volò ancora per tutto il giorno seguente, ed era solo il pensiero della luna a tenerlo in vita.
Fu solo alla fine del terzo giorno che il gabbiano riuscì a portare a termine il suo volo. Fu sotto gli occhi delle stelle vanitose.
“Hai visto quello sgorbio?” disse una, brillando d’invidia.
“E’ spennato e senza fiato.”
“E’ davvero brutto” concordarono, luccicando.
“E adesso che fa?” chiese una terza.
“Guardalo… si posa.”
“Si é disteso.”
“Non si muove più.”
“Forse dorme.”
“E’ morto, cretine!”
“Morto? Cos’é la morte?”
“Non lo so.”
“Ah ah, morto! Che stupido morire!”
E si misero a ridere in coro, brillando ancora più forte.
E’ da quel giorno che gli uomini guardando il cielo dicono fra loro: guarda la luna, sembra che pianga.